Mostre e Appuntamenti

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In questo spazio troverete alcuni appuntamenti per visitare mostre di pittura ma anche mostre fotografiche,nonchè notizie,curiosità e tante altre cose.Il contenuto di questa pagina è tratto da alcuni sitiweb specializzati in questo settore.

MOSTRE



  • fino al 10.I.2010 Divus Vespasianus Roma, Colosseo
    Il Colosseo e Roma: un binomio banale e imprescindibile, lo stesso che lega la Città eterna alla cupola michelangiolesca. Fu l’imperatore Vespasiano a iniziare la sua costruzione e suo figlio Tito a inaugurare l’anfiteatro nell’80 d.C., trasformando la valle tra il colle Oppio, il Celio e il Palatino nel luogo più celebre della romanità. Era il 70 d.C. quando l’esercito acclamava Vespasiano imperatore. Da quel momento nacque la gens flavia. Il De vita Caesarum di Svetonio ce lo descrive come un homo novus: “veniva da una ‘gens’ oscura e priva di memoria e di antenati”; infatti, una modesta famiglia gli diede i natali. Un uomo semplice e novus, appunto, risoluto e capace di risollevare in breve tempo le sorti dell’Impero, fiaccato dalle numerose guerre civili e da un debito di quaranta milioni di sesterzi. Divus Vespasianus, la mostra in corso al Colosseo, celebra il bimillenario della nascita di Tito Flavio Vespasiano. L’evento ebbe un precedente nel 1937, durante il Ventennio, nel momento in cui il Duce aveva raggiunto il massimo del consenso. Si trattò di un’operazione di retorica fascista che si tradusse in una mera strumentalizzazione della storia antica a fini di propaganda. Questa moderna celebrazione, invece, si propone di mettere in luce il vero ruolo che Vespasiano e i suoi successori, Tito e Domiziano, ebbero nella storia dell’Impero. La mostra curata da Filippo Coarelli, grazie al suo estremo rigore scientifico, fa emergere una visione della storia imperiale meno banale e allo stesso tempo fruibile anche per il vasto pubblico, che in primavera affolla le aree archeologiche capitoline. La mostra si snoda attraverso il Colosseo e prosegue presso la Curia, nel Foro Romano dove - l’arco di Tito ne è uno splendido esempio - sono numerose le presenze riferibili alla gens flavia, per proseguire attraverso il Criptoportico neroniano, sul colle Palatino, dove dall’alto troneggiano le opere di Rabirio, l’architetto preferito da Domiziano. L’esposizione intende mettere in luce il proliferare dell’edilizia urbana durante questo periodo: dai monumentali complessi del Colosseo, del Templum Pacis, al grandioso palazzo dinastico sul Palatino (la Domus Flavia), e ancora il Foro Transitorio, il Tempio di Giove Capitolino (ricostruito due volte, la prima da Vespasiano e la seconda da Domiziano) fino ai vari edifici destinati al culto della gens flavia: il Tempio di Vespasiano divinizzato (nel Foro), il Divorum (nel Campo Marzio) e il Templum Gentis Flaviae (sul Quirinale). Un percorso di visita complesso ma complessivamente godibile, di carattere topografico e sincronico, dove le architetture, i ritratti, le epigrafi, le statue e i frammenti conducono il visitatore attraverso tutti i luoghi. Dal Colosseo proviene la maggior parte dei reperti esposti, ritrovati di recente o provenienti dai depositi: la rassegna descrive in modo esauriente l’anfiteatro, la sua architettura e il funzionamento tecnico dei giochi, che permetteva il sollevamento di uomini, scenari e animali. Particolare attenzione è dedicata agli spettacoli, con una specifica sezione che in futuro diventerà parte integrante del percorso dell’anfiteatro. Da non perdere. dal 26 marzo 2009 al 10 gennaio 2010 Divus Vespasianus. Il Bimillenario dei Flavi a cura di Filippo Coarelli Colosseo Piazza del Colosseo - 00184 Roma Orario: dal 29 marzo al 31 agosto: ore 8.30-19.15 (ultimo ingresso ore 18.15); dal primo al 30 settembre: ore 8.30-19 (ultimo ingresso ore 18); dal primo al 24 ottobre: 8.30-18.30 (ultimo ingresso ore 17.30); dal 25 ottobre 2009 al 10 gennaio 2010: 8.30-16.30 (ultimo ingresso ore 15.30) Ingresso: intero € 12; ridotto € 7,50


  • fino al 13.IX.2009 Tullio Pericoli Ascoli Piceno, Galleria d'Arte Contemporanea
    Intimo, viscerale, originario e mai patetico il legame di Tullio Pericoli (Colli del Tronto, Ascoli Piceno, 1936; vive a Milano) con la madre terra. Terra che esprime le forze più misteriose della natura, che plasma, fa nascere e trasforma, in un continuo rapporto dialettico con l’intervento umano che in essa s’inserisce in un ritorno all’origine. Terra come nous, mente creatrice originaria, puerpera sofferente nello sviluppo del paesaggio; terra come linea di confine fra umanità interveniente e assoggettata. Dalle stesse parole dell’artista che fanno da cornice all’esposizione: “Natura e pittura sembrano fatte della stessa materia”. È interessante scorrere il susseguirsi delle opere lungo un asse temporale che accompagna uno sviluppo progressivo dalle texture consumate, quasi solchi antichi di una Sezione continentale del 1972, fino alle perturbazioni delle creazioni degli ultimi anni, nelle quali le linee di confine tra cielo e paesaggio, particolarmente significative in Colline delle Marche del 2000, scompaiono o divengono tratti mossi da un nuovo vigore sperimentale. Lo sguardo di Pericoli si sposta ben oltre la siepe di leopardiana memoria. L’omaggio e l’affetto per il territorio natio rimane immanente nell’evocazione dei monti Sibillini, delle morbide colline, gonfiate dal potere della terra, a volte accarezzate e spesso travolte dal suo vigore quando il tratto si fa più tormentato e le tinte si sposano e confondono, fin dallo Studio per la città in fiamme del 1966, per giungere a Senza Cielo del 2008 o ai due Sedendo e mirando che danno il titolo alla mostra e campeggiano uno di fronte all’altro in una delle ultime sale del percorso. Altrettanto appassionato il ritratto di una vegetazione rigogliosa inondata di verde, nella quale l’uomo s’immerge in una sorta di mimetismo-ritorno all’origine, come nella Lunetta per Torrecchia del 2002. Ma questa rivisitazione quasi romantica non impedisce lo scorcio contemplativo sulla diversità, ed ecco delinearsi uno spazio cittadino affollato di luci, finestrelle accese sull’immaginario che illuminano il reticolato fumoso, regolare, azzurrino dei caseggiati, come nella Città verticale del 2001. Minuterie in punta di matita, piccoli spunti di poesia dentro gli acquerelli, animano invece paesaggi fiabeschi dei primi anni ’80, punteggiati di elementi e personaggi vivacemente particolareggiati su sfondi eterei, nei quali le perturbazioni del cielo danzano sulla linearità dell’orizzonte. Un viaggio ricco, variegato e puntualmente allestito coinvolge il visitatore, come il susseguirsi di paesaggi dal finestrino di una vettura, avvolgente nelle citazioni, attento nella testimonianza di un’esperienza che sembra completamente rivolta al futuro, inquieta e stimolante nell’incapacità di trovare piena soddisfazione, un continuo rimaneggiare su stili e percezione. Come il ciclo della vita, anche “le forme emergono dalla superficie dell’opera, ma è come se dalla superficie fossero destinate a re immergersi in essa”, dice l’artista. dal 21 marzo al 13 settembre 2009 Tullio Pericoli - Sedendo e mirando. Paesaggi dal 1966 al 2009 a cura di Elena Pontiggia Galleria d’Arte Contemporanea - Polo Culturale di Sant’Agostino Corso Mazzini, 224 - 63100 Ascoli Piceno Orario: da martedì a domenica ore 10-19 Ingresso: intero € 6; ridotto € 4


  • fino al 13.IX.2009 Yves Klein / Rotraut Uecker Lugano, Museo d’Arte
    Yves Klein (Nizza, 1928 - Parigi, 1962) è un avanguardista del tutto particolare. La sua opera, per quanto intellettualmente e visivamente incompromissoria, è dotata di un potenziale impatto anche sul grande pubblico. Partecipative, sensoriali, elevatrici, le sue invenzioni possono essere, se non capite, intuite da quasi tutti. Ovviamente il rischio di banalizzazione è dietro l’angolo: spiritualismo, piacere sensoriale fine a se stesso e alchimismo occhieggiano, pronti a essere sovrapposti ai lavori di Klein da critici e visitatori superficiali. La straordinaria mostra al Museo d’Arte di Lugano evita tali rischi con un allestimento all’insegna del rigore. Quasi una “presentazione” del lavoro di Klein, più che una sua esposizione; un percorso da leggere per scarti laterali, come le pagine di un libro. Un percorso in sottrazione, per quanto completo, che gode però d’improvvise esplosioni d’intensità. Utile sia per neofiti che per esperti, la mostra allinea tutti i cicli principali dell’artista (i monocromi, le Antropometrie, le Pitture di fuoco, le sculture) ma propone anche rarità spesso trascurate. La prima parte associa dipinti e memorabilia, e introduce con una serie di dipinti “cosmici” la figura di Rotraut Uecker (Rerik, 1938), moglie artista di Klein. Dalla terza sala in poi, il ritmo è mozzafiato. Sin dall’inizio, con una selezione di rari monocromi: non solo i tre colori che diventeranno classici del francese - blu, oro e rosa - ma molti altri su cui sperimentò a inizio carriera. La testimonianza storica è ancor più di rilievo dato che si tratta dei primi monocromi, ruvidi e con i segni della stesura, realizzati prima che Klein affinasse il metodo per fissare i pigmenti sulla tela. La dimensione ridotta di alcune stanze non è un handicap, anzi, la scansione delle opere crea accumulazione e drammaticità, con continui colpi di scena narrativi e alcune improvvise aperture. È il caso della stanza delle spugne, affastellate come se stessero prendendo vita, o dei Portraits-réliefs, appesi a picco sopra una vasca di pigmento puro blu, visione davvero vertiginosa e improvvisa dall’alto. Eccezionale anche la saletta sulle sculture monocrome blu, con coralli, mappamondi e Veneri, e di rara chiarezza quella sulle Zone di sensibilità immateriale. La mostra ha un’efficace appendice per le vie cittadine e sul lungolago, dove campeggiano le sculture di Rotraut. Mai davvero riconosciuta dalla storia dell’arte, ricordata solo nelle biografie come moglie di Klein, in quest’occasione le viene concesso d’integrare il paesaggio di Lugano con le sue forme metallizzate, un po’ joie de vivre e un po’ specchio della freddezza dei tempi postindustriali. Ed è proprio quest’appendice che stabilisce un collegamento tra il blu del cielo della città svizzera e quello del cielo di Nizza, sopra la Baie des Anges, da cui nacque l’ispirazione di Klein nel 1946, come racconta lui stesso. dal 15 maggio al 13 settembre 2009 Yves Klein & Rotraut a cura di Bruno Corà e Daniel Moquay Museo d’Arte - Villa Malpensata Riva Caccia, 5 - 6900 Lugano Orario: da martedì a domenica ore 10-18 Ingresso: intero € 8; ridotto € 5

  • fino al 14.IX.2009 Santiago Sierra Napoli, Madre
    Ponticelli, Napoli, Italia, giugno 2008. Sono importanti le didascalie della mostra di Santiago Sierra (Madrid, 1966; vive a Città del Messico). Importanti perché, in tempi di sbarchi e respingimenti, di presidi spia e pacchetti sicurezza, di ronde fai-da-te e kebab illegale, fanno capire come quello che è successo un anno fa a Ponticelli, Napoli, Italia fosse una prefigurazione dell’aria che tira oggi nello Stivale (e nelle urne). Perché il problema immigrazione esiste e non si può certo liquidarlo, umanamente e politicamente, con le sole prospettive che sembrano attualmente in auge, e chissà quanto rappresentative del Paese reale: la xenofobia rozza e aggressiva, la retorica buonista dell’antirazzismo da salotto. Se poi di mezzo ci sono i Rom, la situazione si complica. Perché “loro” sono quelli che mendicano, borseggiano, stuprano, uccidono, fanno rivoltare quartieri e vacillare Giunte. “Loro” non-vengono-qui-per-lavorare e non-vogliono-integrarsi-perché-non-fa-parte-della-loro-cultura. E poi “loro” non solo sfruttano i propri, ma si prendono pure i bambini degli altri. Nacque infatti dal tentato rapimento di una neonata del quartiere da parte di una giovanissima rom la rivolta del 2008 a Ponticelli, appendice purulenta di un territorio allo sfascio: minacce e raid punitivi contro il campo nomadi, con l’ipotesi di una “regia occulta”, dietro la quale molti adombravano l’artiglio della criminalità. E fanno riflettere frasi come quelle pronunciate ai microfoni di un tiggì nazionale da un’abitante del posto all’epoca delle “rappresaglie”: “Li abbiamo fatti uscire dalle ‘casarelle’. Loro sono usciti e noi le abbiamo incendiate”. Della serie, la banalità del male. Sierra indaga la cronaca in modo semplice e obiettivo, austero e incisivo: scatti in bianco e nero e un video “trovato”. La prima parte della mostra evidenzia come l’insediamento di Ponticelli già versasse nell’abbandono e nel degrado prima dello sgombero ordinato dal Comune. E come ai cumuli di detriti e oggetti lasciati dagli zingari facesse “compagnia”, in quello che è stato uno dei periodi più bollenti dell’emergenza, un agghiacciante mare di munnezza (proprio mentre i primi Consigli dei Ministri del neorinato governo Berlusconi venivano a benedire con la bacchetta magica la città appestata). L’interrogativo se un reportage sia da considerare arte trova una risposta - affermativa - nello spazio dov’è allestito l’altro corpus espositivo: gigantografie di denti digrignati degli ultimi “superstiti” del campo. Canini e incisivi storti, cariati, placcati oro, serrati in un’espressione di rabbia in mezzo a quella saliva che fa tanto, per dirla alla Bauman, “paura liquida” (ma i denti dei cittadini di Ponticelli sarebbero così diversi?). Decisamente un pugno nello stomaco. Qualcosa da cui distogliere lo sguardo. Proprio come da “loro”, il disturbante della società stanziale. Immagini che hanno l’inoppugnabile valore di documento, da esibire, eventualmente, a chi ha ancora il coraggio di spacciare la cartolina di una Napoli “porosa”, multietnica, accogliente. dal 15 maggio al 14 settembre 2009 Santiago Sierra - Ponticelli a cura di Bartolomeo Pietromarchi MADRE - Museo d’Arte Donna REgina Via Settembrini, 79 (zona San Lorenzo) - 80139 Napoli Orario: da lunedì a venerdì ore 10-21; sabato e domenica ore 10-24; martedì chiuso Ingresso: intero € 7; ridotto € 3,50; lunedì ingresso libero


  • fino al 20.IX.2009 Fernanda Veron Roma, Dora Diamanti
    Se la fanciulla di Giorgio de Chirico corre nel “mistero” e nella “malinconia” di una “strada”, stringendo fra le dita un esile cerchio, è facile immaginare che voglia raggiungere dietro quel palazzo archetipico una campana disegnata a terra. Ma di quella fanciulla a noi rimane solo l’idea di un gioco; il resto è una rarefatta e immobile assenza del reale. La campana di quella bambina, la ‘rayuela’, per scriverla come la scrive Fernanda Veron (Necochea, 1978; vive a Roma), è finita nel video dell’artista argentina, proiettato nel buio del piano basso della Dora Diamanti Arte Contemporanea. Nelle Sale di Los, Veron indaga se stessa e la sua memoria, si spoglia di una veste pura, una veste bianca, e si filma dietro le sbarre immaginarie di una mente triste, malinconica, come la malinconia che circonda la fanciulla del dipinto. Tra un frame e l’altro, il video singhiozza parole scritte su un nastro bianco, in ricordo forse al lavoro precedente dell’artista, che sul nastro di Möbius aveva fatto un viaggio; “nell’attesa la solitudine mi portava alle nuvole”, scrive Veron, e nella piccola sala d’ingresso della galleria racconta il suo volto nascosto dietro nugoli di pensieri. Una serie di autoscatti la rivelano in tutta la sua inquietudine. Con il volto semiricurvo, quasi a nascondere lo sguardo, Veron torna a indagare il mezzo fotografico, passando dall’analogico al digitale: stringe con una forza immaginaria le nuvole che la circondano, fumo nevrotico inconsistente, come nevrotico è il suo apparire dietro le schermo, mentre il paesaggio attorno si fa grigiastro e si dipinge di antico: un non-luogo. Con la piena consapevolezza d’un uso ricercato della luce, l’artista sembra giocare con il suo “Id” creativo, assecondando quell’istintività interiore che la porta a mostrarsi davanti al suo pubblico diversamente da come molti la ricordano in Ed ero vivo, vivo alla luce del sole (2008), ora in mostra al Festival della Fotografia, in cui un giallo-ocra invade campi lunghi di paesaggi con una scia incisiva e amena. Mai però così personale come quella della nube che nelle foto in mostra le sostituisce il volto: “Quando mi fermo per capire, misuro lo spazio circostante, ed è talmente vasto che non trovo punti di riferimento”, continua Veron, che, insieme al video e alle fotografie, scrive le sue parole racchiudendole in una brochure. Il suo disorientamento lo si trova anche nel video, un manicomio d’immagini pieno di sussulti, in cui una fanciulla saltella su una campana. Forse ha da poco lasciato a terra il suo cerchio, e vive nella sospensione di quel novecentesco realismo magico, passando dalla pittura alla fotografia, per raggiungere lo schermo. “Qui finisco e qui ricomincio. La rayuela”. dal 25 giugno al 20 settembre 2009 Fernanda Veron - Le sale di Los a cura di Micòl Di Veroli Dora Diamanti Arte Contemporanea Via del Pellegrino, 60 (zona campo de' Fiori) - 00186 Roma Orario: da lunedì a sabato ore 15.30-19.30 Ingresso libero


  • fino al 27.IX.2009 Monet e il Giappone Milano, Palazzo Reale
    In una celebre Postilla a Stevenson del 1925, Bertolt Brecht notava, con il solito acume, come nel nostro continente “l’ottica cinematografica” esistesse già prima del cinema, poiché “da molto tempo aveva avuto inizio una ristrutturazione della narrazione secondo criteri ottici”. L’esempio proposto da Brecht in campo linguistico, la sublime ebbrezza visiva nella poesia di Rimbaud, può forse trovare un parallelo, per quanto riguarda la pittura, nelle opere realizzate da Claude Monet (Parigi, 1840 - Giverny, 1926) negli ultimi vent’anni della sua vita. 1887-1923: gli estremi cronologici entro cui si scala la datazione delle venti, struggenti tele eccezionalmente prestate al Palazzo Reale di Milano dal Museo Marmottan di Parigi - esposte insieme a una splendida selezione di stampe giapponesi proveniente dal Museo Guimet - permette un’immediata, sensibile riprova di questo assunto. A cominciare da La barca, una tela del 1887. I piani orizzontali e profondi, le lunghe prospettive delle opere dei decenni precedenti hanno ceduto il passo a un mondo in cui riprese estrememente ravvicinate ribaltano verticalmente il piano della visione, come in una fotografia o, appunto, nel fotogramma di una pellicola. Ci troviamo a un punto di altissima sperimentazione. Dietro un quadro come questo si muovono Manet, i “fedeli e prudenti” maestri di Barbizon, Corot e Courbet sopra tutti. Tuttavia, questa tradizione si è già ridotta a una spinta che porta Monet a guardare il mondo con la stessa innocenza di chi lo osservi per la prima volta, senza nemmeno poter comprendere sino in fondo a che punto avrebbe condotto questa dilatazione dello spazio nel mondo dell’arte. La rivoluzione che Cézanne conduce per via di concetto, Monet l’insegue infatti per via di pura visione e sentimento. Un sentimento che sempre trabocca, sboccia, preme nella luce, protagonista assoluta delle tele. È lei che scompone e ricompone i termini della visione; e mentre in un quadro come La barca si sente vibrare al di sotto di ogni colore, anche del nero più fondo, in Ninfee (1907) diventa pura esplosione di sentimento, senza più mediazione. È passato un decennio e, nel “buen retiro” di Giverny, Monet ha piegato la natura - una natura idealizzata e ricostruita, che trova il suo più alto punto di paragone nell’idea panica di un’eterna, quotidiana mutazione degli elementi, espressa nelle xilografie di Hokusai e Hiroshige - a farsi finalmente simbolo unico della visione. Scansando ogni tentativo di descrizione e racconto, per tuffarsi a capofitto, con la serie di quadri dedicati al Ponte giapponese (1918-23), in una determinata dissoluzione dello spazio. Che separa lo spettatore dalla realtà osservata, il momento della visione e della percezione dal tempo di realizzazione del quadro. Il tempo e lo spazio si piegano, s’incestano sotto le forme contorte, sinuose e filanti della sommersa vegetazione nenufarica, che ormai non è più una presenza reale in uno spazio tangibile, ma un precipitato specificamente mentale. Una “molteplice compresenza di piani temporali” che trova un parallelo, anche cronologico nel suo divenire, con la creazione della più grande macchina narrativa del Novecento europeo: la Recerche di Marcel Proust. dal 29 aprile al 27 settembre 2009 Monet e il Giappone. Il tempo delle Ninfee a cura di Claudia Beltramo Ceppi Palazzo Reale Piazza Duomo, 12 - 20122 Milano Orario: lunedì ore 14.30-19.30; da martedì a domenica ore 9.30-19.30; giovedì ore 9.30-22.30 (chiusura biglietteria ore 18.30; giovedì ore 21.30) Ingresso: intero € 9; ridotto € 7


  • fino al 27.IX.2009 Pittura sarda del Novecento Sassari, Mus'a
    Al secondo piano del Mus’a si articola il percorso espositivo in tre sale, a tema “I volti, gli sguardi”, “I sogni, la città”, “La natura, i rituali”. Le opere esposte sono di proprietà statale, provenienti da generose donazioni d’inizio secolo. A colmare le lacune, alcuni prestiti da enti pubblici e collezioni private degli eredi degli artisti. Le opere, in parte restaurate di recente, sono esposte in buone condizioni, in spazi ampi e luminosi. Un'ampia rassegna di opere di quella che potrebbe esser definita una "scuola sarda della pittura" del primo Novecento, che diede rinnovamento e valore all'immagine della Sardegna in ambito internazionale. Dalle premesse moderniste che traggono linfa dal carattere fortemente etnico delle rappresentazioni ai paesaggi caratterizzanti l'isola, fino a esiti novecentisti, per approdare alle neoavanguardie. Filippo Figari è presente con Donna d’Atzara (1940), fiero ritratto dall’intenso sguardo, con il volto incorniciato dalla candida benda di lino (sa tiagiola) dell’abito, soggetto prediletto in molte opere, dove si esalta la civiltà nobile, pura ed eroica sarda. Figari fondò nel 1935 la Scuola d'Arte di Sassari, divenuta nel 1940 Istituto d’Arte, dove si formarono molti artisti della generazione successiva, come Costantino Spada. Nel Mattino in un villaggio sardo (1912) di Giuseppe Biasi, esposto alla I Mostra della Secessione Romana nel 1913, un decorativismo espressionista-sintetista dalla stilizzazione primitivista restituisce al mondo sardo rappresentato un’aria esotica e fiabesca. Un’idea di femminilità fortissima e intrigante traspare dagli abiti delle donne d’un tempo: i corpetti che avvolgono il busto, le camicie di pizzo, le gonne plissettate che si muovono sinuosamente all’incedere del passo. Una bellezza che trova il fondamento nel coprire le forme: l’opposto della moderna seduzione. Una particolarità contraddistingue alcune opere che portano la dedica dell’artista al collezionista e amico Giovanni Tomè, illustre uomo di commercio sassarese. Fra le opere di artisti non sardi ma operanti nell’isola va citato il Ritratto di Josephine Racca Arborio Mella di Sant’Elia (1928) di Aldo Severi. Grande collezionista d’arte, Josephine di Sant’Elia è ritratta in un elegante abito dai riflessi madreperlacei; in alto a sinistra, un ramo fiorito della stessa pianta che donò il nome alla sua residenza sassarese: Villa Mimosa. Seguono Felice Melis Marini, con passaggi tonali e tocchi di colore puro di ascendenza impressionista; Carmelo Floris, con realistici ritratti dall’espressività arcaica; Mario Delitala e Giovanni Ciusa Romagna, con introspettivi ritratti intimisti; e ancora Pietro Antonio Manca, con immaginative scene con fuochi scoppiettanti, e Stanis Dessy, con acquerelli di grande maestria. Infine, Edina Altara con l’olio su ardesia Penelope (anni ’50). Dove una bionda moglie di Ulisse è intenta al lavoro davanti al telaio che la separa dai proci. dal 22 maggio al 27 settembre 2009 Pittura sarda del Novecento. Opere dalle collezioni statali a cura di Lucia Arbace e Maria Paola Dettori Museo MUS’A - Pinacoteca al Canopoleno Via Santa Caterina, 4 - 07100 Sassari Orario: da martedi a domenica ore 9-13.30; sabato ore 13.30-19 Ingresso: intero € 2; ridotto € 1


  • fino al 30.VIII.2009 Andro Wekua Bolzano, Museion
    C’è una sensazione di sospensione nel grande spazio al quarto piano di Museion, dedicato alla personale di Andro Wekua (Sochumi, 1977; vive a Zurigo). Le pareti scure intervallate da ritagli sbiaditi, il sonoro estraniante e malinconico dei video, il manichino sonnecchiante abbandonato su una sedia nel mezzo, due seggiole scure isolate al fondo. Il lavoro di questo giovane artista colpisce nel profondo immediatamente, ancor prima di esser setacciato dal filtro della ragione. La sua poetica colpisce perché riesce a far parlare in modo mai eloquente, mai soggettivo e mai personale sentimenti ben noti, che ognuno riconosce come propri. Cresciuto in Georgia ma trasferitosi ben presto in Svizzera, Wekua - che ha alle spalle, fra le altre, due personali da Barbara Gladstone a New York - si serve per il suo polifonico lavoro di icone che sembrano estratte dal repertorio pop occidentale: manichini, collage d’immagini fotocopiate, scarpe da ginnastica in ceramica. Il tutto è però intriso di quello che è stato definito un “triste romanticismo”, capace di risaltare ancor più perché ottenuto attraverso una forma inusuale. I brandelli di figure in bianco e nero, che l’artista ha ostentatamente modificato con matite dai colori sgargianti, sono in questo senso particolarmente esemplificativi. Come lo sono i due video che diventano il centro nevralgico della mostra, Sicut Lilium Inter Spinas (2003) e By the Window (2008). Il primo si pone come una sequenza di flash del passato, shot in bianco e nero usurati dal tempo, che scorrono in uno stream of consciousness dove la componente personale dell’artista diventa memoria collettiva. Il secondo sembra la continuazione e il frutto della rielaborazione del primo: in una stanza asettica, illuminata da luci innaturali, un manichino volta le spalle a una finestra da cui si scorge il susseguirsi d’immagini storicizzate, ritmate ed evocative. Alla freddezza dell’ambiente si contrappone la vitalità della vista dalla finestra, che rimane però una dimensione separata e inafferrabile. La varietà dei media utilizzati da Wekua non scalfisce la sostanziale coerenza della sua opera, che si protrae nel tempo come nelle tecniche utilizzate. Una coerenza che si fonda su un’idea di evoluzione intesa come ritorno all’origine attraverso l’arricchimento dato dall’esperienza. Così, i video si aprono e si chiudono con le stesse immagini; così, da una visione completamente coinvolta del primo filmato si passa a una visione distaccata, che rilegge il passato con strumenti nuovi; così, i collage non sono che rivisitazioni di immagini preesistenti. L’artista scrive, con un gioco di contraddizioni: “Tu segui un’evoluzione, ma alla fine ti ritrovi di nuovo all’inizio, allo stesso posto, nonostante non sia più lo stesso inizio. Tornare indietro è impossibile, anche se ne senti l’esigenza, perché non porta a nulla. Il fatto decisivo è che avvenga effettivamente qualcosa, ma che alla fine si torni all’inizio”. dal 23 maggio al 30 agosto 2009 Andro Wekua - Workshop Report Museion Via Dante, 6 - 39100 Bolzano Orario: da martedì a domenica ore 10-18; giovedì ore 10-22 Ingresso: intero € 6; ridotto € 3,50


  • fino al 30.VIII.2009 Giuseppe Zigaina Codroipo (ud), Villa Manin
    Villa Manin riapre sotto la nuova direzione di Marco Goldin che, dopo Treviso, Brescia e il mancato sbarco a Verona, si trasferisce nella residenza dogale, presentando un programma pluriennale che spazia dagli oramai amati impressionisti fino alla Secessione. Cambiato il nome (si è persa la dicitura Centro d’Arte Contemporanea), a mutare è stata “solo” la veste, che del passato recente conserva alcuni brandelli - le sculture - dispersi nel labirintico parco. Il primo passo è stato così quello di rendere omaggio alla pittura friulana, con una retrospettiva di centotrenta tele, realizzate fra il 1942 e il 2009, dall'artista friulano Giuseppe Zigaina (Cervignano del Friuli, Udine, 1924). Un intenso percorso pittorico, in cui si susseguono in ordine cronologico tutte le tematiche care all'autore: dai girasoli alle ceppaie. Dai soggetti storici e religiosi, in cui forti sono le suggestioni dichiarate di Picasso e quelle sottaciute ma evidenti di Rouault e Dix. Dalle biciclette, divenute oramai emblema della sua pittura, nonché del Neorealismo, alle sospensioni baconiane che ritraggono il padre. S’inizia con Il Girasole del 1942, un lavoro che contiene in nuce la maggior parte degli elementi che ritroveremo nella sua pittura, quelle “forme morte” accarezzate da colori notturni e abbandonate in natura come strati di memoria sedimentati nel tempo. Quasi avanzi di un pasto nudo, dove insetti mutanti e funeste falene si alternano a pezzi anatomici dilaniati dalla guerra. Sono i ricordi tragici dell’autore, smossi dagli impetuosi torrenti friulani e tenuti a galla dalle acque della laguna di Grado che, nelle ultime tele, viene trasfigurata da un segno grafico che scalfisce la superficie. Zigaina ha sempre pescato negli anfratti profondi e paludosi della mente, dando vita a tormentati paesaggi dell’interiorità. Un'interiorità malinconica come un tramonto invernale, in cui a dominare vi è sempre un senso d’infinita attesa, che non sapremo mai se avrà buon fine. Tutto è sospeso, misterioso, silenzioso. Un silenzio pesante, che si manifesta in tutto il suo disagio e la sua forza nei dipinti degli anni ’50, e in particolar modo nell’Attesa del traghetto serale (1951). Se in questi lavori la figura dell’uomo e quella della natura sono quasi speculari, tanto da rispecchiare l’uno gli umori dell’altro, negli ultimi paesaggi Zigaina raggiunge una fusione totale fra questi due elementi: arterie e fasci muscolari s’innestano nella terra, unendosi alle radici e generando continue metamorfosi. Anche i colori, così come le forme, si fanno con il tempo sempre più materici e carnali, per poi liquefarsi nello sfondo e confondersi con esso, come accade in Verso la laguna, tela realizzata appositamente per la rassegna e che va a chiudere il percorso. Un percorso allestitivo che segue l’ordine cronologico, in cui lo spettatore può confrontare l'evoluzione stilistica dell'artista. Ma al di là di questa scelta, che rispetta il consueto iter educativo adottato dal curatore, quello che spiace è che si sia optato per la realizzazione di contropareti, tanto da trasformare uno spazio così importante in contenitore neutro, e non si siano cercate, al contrario, soluzioni più suggestive e stimolanti. dal 20 marzo al 30 agosto 2009 Zigaina - Opere 1942-2009 a cura di Marco Goldin Azienda Speciale Villa Manin Piazza Manin, 10 - 33033 Codroipo (UD) Orario: da martedì a domenica ore 9-19 Ingresso: intero € 6; ridotto € 5

  • fino al 30.VIII.2009 La mente di Leonardo Roma, Palazzo Venezia
    Documentari, libri, mostre: Leonardo (Vinci, 1452 - Amboise, 1519) ce l’hanno raccontato ovunque. Su di lui è stato scritto tutto e il contrario di tutto; ci ha speculato la letteratura - che è arrivata perfino a discusse ricostruzioni storiche, artistiche e documentali -, si sono affannati gli organizzatori di mostre, a volte con risultati positivi, ancor più spesso imbarazzanti e deludenti, per palesare un rigore scientifico degno di tanto nome. La mente di Leonardo è un prodotto raffinato, come pochi se ne incontrano su quest’inflazionato argomento, e nasce dallo studio sapiente di Paolo Galluzzi. Ciò che distingue questa mostra dalle altre, oltre alla curatela d’alto profilo, è il fatto che - a differenza di tante altre esposizioni che hanno sempre evidenziato solo un ambito dell’attività leonardesca - propone uno sguardo completo su tutta la sua produzione. Questa è una delle chiavi di lettura necessarie per afferrare il senso della mostra e soprattutto, come recita il titolo, per comprendere davvero la mente di Leonardo. È dunque importante affrontare l’opera omnia per poter esplorare il suo modo di pensare e la sua visione unitaria della conoscenza. Per il maestro toscano, l’arte e le riflessioni scientifiche non erano due “culture” distinte, ma semplicemente due facce della stessa medaglia. Questa rassegna non fa dunque distinzione tra scienziato e artista: per Leonardo, parafrasando il titolo dell’esposizione romana, il mondo era un laboratorio che il suo genio universale, oggi diremmo versatile, cercava di capire ed esplorare. Fedele a tale visione leonardesca, l’allestimento non si articola per discipline ma per concetti, esplicati in quattro sezioni distinte: “Nello studio di Leonardo”, “La grammatica delle forme”, “La scienza della pittura”, “Il movimento agente universale”. Il concetto di movimento, per esempio, è analizzato dal punto di vista degli studi sul moto perpetuo, come moto e forza degli elementi e dell’aria, fino ai moti mentali, tra arte, fisiognomica e anatomia. Opere pittoriche, modelli funzionanti costruiti con rigore, disegni, postazioni digitali e visualizzazioni virtuali di opere perdute aiutano il visitatore ad avere una visione d’insieme e a comprendere davvero la dimensione trasversale della mente di Leonardo. Genio universale di quel grande laboratorio chiamato mondo. dal 30 aprile al 30 agosto 2009 La mente di Leonardo. Nel laboratorio del Genio Universale a cura di Paolo Galluzzi Palazzo Venezia Via del Plebiscito, 118 - 00186 Roma Orario: tutti giorni ore 10-19 Ingresso: intero € 9; ridotto € 7


  • fino al 31.XII.2009 Capolavori futuristi Venezia, Guggenheim
    Con le sedici opere di scuola futurista della collezione Mattioli, alle quali si aggiungono per l’occasione prestiti pubblici e privati (un totale di 35 fra dipinti, disegni, sculture e xilografie), il museo veneziano si unisce ai festeggiamenti per il centenario della pubblicazione del Manifesto e per la nascita dell’avanguardia più originale del primo Novecento. Ufficializzato il 20 febbraio 1909 (anche se la prima uscita risale al 5 febbraio, sulla “Gazzetta dell’Emilia”) dalle parole del jeune poète italienFilippo Tommaso Marinetti, suo massimo teorico, il Futurismo interpreta la spinta modernista del nuovo secolo, il progresso che va declinandosi in velocità, vorticismo, interventismo, patriottismo, di lì a poco guerra. Il pensiero di Marinetti prima e poi dei cinque firmatari del primo manifesto della pittura l’anno successivo (Balla, Boccioni, Carrà, Russolo, Severini, tutti rappresentati in mostra) è la cartina al tornasole del nuovo sentire che avanza, “sgombrato da mummie” con azioni programmatiche e tese a seppellire ogni anacronismo “nelle più profonde viscere della terra”. Abili manipolatori mediatici, influenzano e si lasciano influenzare dalle linee centrifughe della storia, rianimando la scena artistica italiana con intuizioni, gesti e linguaggi ai quali gli altri “ismi” del secolo - cubismo e dadaismo in testa - non potranno non rivolgersi per consacrarsi al pubblico di massa. La mostra, cronologicamente ben distribuita, evidenzia l’aspetto corale e cosmopolita dell’esperienza artistica. Due sezioni distinte ma complementari: un proemio al nuovo culto del “futuro”, omaggio a un mondo definitivamente in movimento (“Tutto muove, tutto corre, tutto volge rapido”), attraverso la pennellata divisionista della Campagna padovana di Umberto Boccioni (1903, dopo l’incontro con Balla), il Nudo (studio). Giovane triste in treno di Marcel Duchamp (1911) fonde in sé sperimentazioni cubiste e futuriste (come il più conosciuto Nudo che scende una scala); e poi il ciclista ritto sui pedali per la volata finale di Al Velodromo di Jean Metzinger (1912), le piccole xilografie di Edward Wadsworth (Cantanti di strada e Città dall’alto, del 1914-16), testimonianze di una realtà artistica inglese piacevolmente incline alla poetica marinettiana. Nella seconda sala, una serie di opere accorpate per autore (ai cinque vengono affiancati Ottone Rosai, Mario Sironi e Ardengo Soffici, futuro direttore di “Lacerba”). Fra tutte, Mercurio transita davanti al sole e Profondità dinamiche di Balla, lo studio per La città che sale, Dinamismo di un ciclista, tre studi a inchiostro per Stati d’animo di Boccioni (presente anche con tre opere scultoree, tra cui una fusione di Forme uniche della continuità nello spazio), La galleria di Milano e Inseguimento di Carrà, Solidità nella nebbia di Russolo, Mare=Ballerina di Severini. Stando ai futuristi, il mondo è riservato “ai giovani, ai violenti, ai temerari”. Provocatoria iperbole sotto la quale si scorgono sovente e fortunatamente note di acceso lirismo, come in Materia di Boccioni: il ritratto dell’anziana madre che, silenziosa, domina la scena dal balcone della casa milanese e dalla cui compenetrazione dinamica dei piani e delle atmosfere emergono con intimo affetto - quasi in una citazione michelangiolesca - le possenti mani. dal 18 febbraio al 31 dicembre 2009 Capolavori futuristi alla Collezione Peggy Guggenheim a cura di Philip Rylands Collezione Peggy Guggenheim - Palazzo Venier dei Leoni Dorsoduro 701 (zona Accademia) - 30123 Venezia Orario: da mercoledì a lunedì ore 10-18 Ingresso: intero € 12; ridotti € 10/7

  • fino all'11.X.2009 Pensare Pittura Genova, Villa Croce
    Un territorio d’indagine ancora piuttosto magmatico è quello che si propone di delineare il Museo di Villa Croce con la mostra Pensare Pittura. Il titolo racchiude in sé il significato dell’analisi: nella poderosa macchina speculativa e ben poco “concreta” che il mondo dell’arte ha costruito fra gli anni '60 e ’70 attraverso la corrente del concettuale, passò piuttosto in sordina quel fenomeno prettamente pittorico che si sviluppò da un “processo riflessivo sul linguaggio” del dipingere e da un “ragionamento sul ‘fare’” il manufatto-quadro, che viene comunemente identificato come Pittura-Pittura, Geplante Malerei, Pittura Analitica. Il museo genovese non smentisce la propria vocazione alla mostra d’approfondimento e, con la volontà di riproporre alla memoria e al dibattito critico la vicenda artistica della Pittura Analitica, progetta un percorso espositivo da manuale di storia dell’arte. Che, partendo dai naturali prodromi, fra cui Josef Albers e Lucio Fontana, tenta di categorizzare il fenomeno, declinandolo nei vari gruppi nazionali. Perché se il tallone d’Achille che non permise alla corrente di entrare stabilmente nelle argomentazioni teoriche della critica fu soprattutto quello di essersi trovato a metà strada fra la problematicità del concettuale e l’esuberanza anni ’80 della nuova figuratività, non giocò a suo favore nemmeno l’esser stato liquidato troppe volte come astrattismo posticcio, informale attardato o minimal art inconclusa, non avendo formato unioni consolidate d’intervento che stilassero programmi teorici specifici. Viene quindi usato il criterio della nazionalità per creare piccoli addensamenti d’intenti pratici e concettuali, pur molto vivaci e personali nella loro singolarità. Ed è così che dopo la sezione dei “Precursori” si aprono gli spazi dei “Protagonisti Italiani”, che accompagnano lo spettatore al piano superiore, dedicato agli “Orizzonti Internazionali”, dove si sceglie di esporre le opere in comparti differenziati in base al Paese di provenienza. La problematicità di ogni dipinto si fa sentire, anche perché la Pittura Analitica reclama un “fruitore che sappia esercitare una progressiva attenzione ai processi costitutivi dell’opera”. Le parole specifiche di ogni autore, a proposito della processualità del proprio fare, sono quelle che davvero permettono di cogliere quella sottile ma essenziale differenza che distingue Carlo Battaglia e il suo Glauce (1975) da un minimale, o Marco Gastini con Plexiglas (1969) da un informale: è la concettualizzazione che sta alla base dell’opera che ne sancisce l’originalità e la peculiarità, ed è per questo che in molti casi l’autore diveniva critico e teorico di sé stesso. Il panorama estero non è meno costellato da singoli pensatori che conducevano ricerche particolarmente libere, nonostante alcuni casi di più formali intenti comuni. Un esempio fra tutti, gli artisti del gruppo parigino B.M.P.T. fondato nel 1966 o il successivo Support/Surface, ampiamente rappresentati in mostra. dal 16 aprile all'undici ottobre 2009 Pensare pittura. Una linea internazionale di ricerca negli anni ‘70 a cura di Franco Sborgi e Sandra Solimano Museo d’Arte Contemporanea - Villa Croce Via Ruffini, 3 - 16128 Genova Orario: da martedì a venerdì ore 9-19; sabato e domenica ore 10-19 Ingresso libero



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